• Redazione RekUp

Spotify potrà generare una playlist basata sul tuo DNA


"Se potessi ascoltare il tuo DNA, che suono farebbe?" È questa, al netto della traduzione in italiano, la headline con cui Ancestry annuncia la sua collaborazione con Spotify. Ancestry è una società americana che si occupa di genealogia: più nello specifico, permette a chiunque di conoscere nel dettaglio le proprie origini etniche in cambio di 99 dollari e un campione del proprio DNA.


La possibilità di scoprire le proprie vere radici, soprattutto in un mondo globalizzato come quello odierno, ha attirato molti, rendendo Ancestry un fenomeno globale. Volete qualche esempio? Guardate uno dei numerosi video su Youtube nei quali persone di tutte le età si sottopongono al test e si confrontano con più o meno scioccanti risultati.


In cosa consiste, dunque, la collaborazione tra Ancestry e il popolarissimo servizio di streaming musicale? Secondo il sito ufficiale dell'azienda, sarà d'ora in poi possibile "caricare" su Spotify il proprio profilo genetico per ascoltare musica selezionata in base ad esso.

Ma se avete pensato a qualche forma di utopistica analisi accuratissima dei vostri gusti tramite lettura del DNA, probabilmente rimarrete delusi. Spotify, infatti, non fa altro che rilevare le vostre varie regioni di origine e somministrarvi musica proveniente da quelle zone. Se l'analisi mostra una discendenza prettamente africana, preparatevi ad essere travolti da ritmi in sei ottavi scanditi dai suoni di djembe e kalimba. Se avete degli avi di stirpe britannica, nel vostro mix non mancheranno Beatles e Spice Girls. Se provenite geneticamente dal sud Italia, forse sarà Gianni Celeste ad allietarvi con la sue melodie. E così via.


Insomma, come confermato da questo articolo su The Muse in cui una giornalista prova questo nuovo servizio, ci troviamo di fronte a qualcosa di decisamente interessante ma non veramente rivoluzionario. Inoltre non mancano i timori relativi all'uso che un'azienda privata potrebbe fare dei nostri dati genealogici, tant'è che non sono mancati gli appelli alla prudenza che diffidano dal condividere informazioni così sensibili in assenza di chiare indicazioni sull'uso che ne sarà fatto. Nel dubbio, forse per il momento la cosa migliore è comporre da sé la propria playlist. Forse non rispecchierà il nostro DNA, ma potremo essere sicuri che appagherà le nostre orecchie. Con buona pace dei nostri antenati.

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